Emilio Florio. Incontro del 25 gennaio 2010
LO SCONTRO DELLE CIVILTA’
e il nuovo ordine mondiale
(1996)
Samuel Huntington, docente di studi strategici alla Harvard University, è uno degli studiosi americani più influenti del periodo successivo alla “guerra fredda”. Analizzando la realtà mondiale scaturita dalla fine dell’Unione Sovietica e del “Patto di Varsavia”, l’autore suggerisce una chiave di lettura destinata ad avere uno straordinario successo: quella del confronto-scontro tra civiltà diverse. Respingendo il trionfalismo di analisi come quella di F.Fukuyama, che vedeva nella fine del regime sovietico la “fine della storia” e l’affermazione definitiva del binomio liberalismo politico - economia di mercato, Huntington rileva che la fine della competizione ideologica, economica e militare tipica della guerra fredda fa riemergere le più profonde identità dei popoli, che tale conflitto aveva occultato. Tali identità sono riassumibili col termine di “civiltà”, che riassume elementi religiosi, filosofici, giuridici, artistici e antropologici. Nel mondo, secondo Huntington, esistono sei principali civiltà: Sinica (cinese), Giapponese, Indù, Islamica, Occidentale e Ortodossa. La possibilità di una civiltà “universale” viene respinta: a livello profondo i popoli si ispirano a valori originali a cui non sono disposti a rinunciare; solo ristrette élites cosmopolite vivono al di fuori di tale profonda influenza, ma esse non riescono a modificare il sentimento della massa. Sarebbe un errore, secondo Huntington, identificare la modernizzazione capitalistica con una forma di “civiltà universale”. L’accoglimento di forme di modernizzazione economica e tecnica da parte di civiltà non occidentali non intacca nel profondo il loro sistema di valori e risulta strumentale a un progresso che ne rafforzerà l’identità, portandole a negoziare con l’Occidente il proprio ruolo da posizioni via via più forti e intransigenti. Tra le civiltà emergenti Huntington individua quella Sinica (per lo sviluppo economico) e quella Islamica (per il potenziale demografico) come le più minacciose per l’Occidente. Entro ogni civiltà si delineano degli “stati guida” che sono i leader naturali di sistemi di stati appartenenti alla stessa civiltà. Sarebbe un grave errore, conclude l’autore, se l’Occidente non imparasse presto a leggere la politica internazionale alla luce dello “scontro di civiltà”. Pretendere, ad esempio, di imporre con la guerra i propri valori umanitari sarebbe pericoloso e inutile. L’Occidente deve rifiutare l’identificazione della propria civiltà col mero progresso tecnologico e deve radicarsi invece nei suoi valori più profondi: eredità classica, cristianesimo (cattolico e protestante), varietà linguistica, separazione Stato - Chiesa, stato di diritto, pluralismo sociale, organi rappresentativi, individualismo. Su tale base dovrà accettare il confronto-scontro con altre civiltà che hanno valori diversi rinunciando all’ottimistica illusione di un mondo ormai pacificato e difendendo il proprio primato mondiale con un’accorta e realistica negoziazione con gli “stati guida” delle civiltà emergenti.
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